Sciúr, il vino buono da bere

Intervista con l’enologo Casimiro Maule

Lo Sciúr è un vino globalmente sostenibile, che rappresenta il risultato di un vero e proprio progetto enologico improntato alla sostenibilità a 360 gradi, dalla gestione del vigneto all’utilizzo dell’acqua, dal packaging al rispetto del territorio.

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Casimiro Maule

“Alla Nino Negri non abbiamo semplicemente prodotto un vino ma ci impegniamo per salvaguardarne e valorizzarne il territorio, l’ambiente, la cultura e la storia”. Parola di Casimiro Maule.
Come noto, la Valtellina, una delle più importanti zone vitivinicole della Lombardia, è una zona di montagna che ha la particolarità di essere orientata da est a ovest, delimitata da alte montagne e ripidi pendii, oggi intensamente vitati grazie a onerosi lavori di terrazzamento che hanno comportato la costruzione di muri a secco per rendere coltivabili terreni prima inospitali. Si tratta di un’opera che ha coinvolto intere generazioni che, prive di supporti tecnologici, hanno trasportato a braccia, o a dorso di mulo, dal fondo valle a monte, tonnellate di terra.
E anche di questo abbiamo parlato durante il nostro piacevole incontro con Casimiro Maule, enologo in forza presso la celebre azienda Nino Negri di Chiuro e presidente per molti anni del Consorzio Tutela vini di Valtellina, il quale ci ha illustrato anche la nascita del vino Sciúr, improntato alla sostenibilità a 360 gradi.

Come giudica lo stato di salute della vitivinicoltura valtellinese?

La nostra valle, sia per l’esposizione che per le modeste precipitazioni distribuite uniformemente nel corso dell’anno, è una zona particolarmente adatta alla viticoltura. Negli anni ottanta abbiamo avuto un periodo davvero difficile quando, in breve tempo, il mercato più importante per il nostro comparto, rappresentato dalla Svizzera, registrò un brusco crollo. All’epoca, circa il 70% della produzione vinicola valtellinese era destinata agli elvetici e, dunque, ci siamo dovuti reinventare completamente la viticoltura valtellinese. Ma, ripensandoci, quello è stato l’inizio del Rinascimento enologico non solo valtellinese, ma anche italiano”.

Ed è stato anche il momento della rinascita del vino Sforzato…

Si. Lo ‘Sfursat’ è stato il vino che ha ridato importanza, e ha fatto rivalutare tantissimo, non solo la ‘Nino Negri’, ma tutto il territorio valtellinese. In quegli anni ho capito che, con la giusta selezione e attenzione, potevamo ottenere davvero degli ottimi risultati con il nebbiolo di Valtellina, chiamato anche Chiavennasca. Il nostro ‘Sfursat 5 Stelle’ ci ha dato e ci offre ancora numerose soddisfazioni.
Quella è stata un’importante esperienza per farci comprendere che il lavoro da compiere era di squadra e non solo di un’azienda. Abbiamo dunque rimesso in piedi il Consorzio per la Tutela dei Vini di Valtellina e abbiamo iniziato a ragionare di qualità partendo dalla vigna. Naturalmente è stato un processo molto lungo, poiché la viticoltura qui è terrazzata e molto polverizzata: convincere tutti gli operatori del settore a cambiare completamente il modo di operare è stato un processo che ha richiesto molto tempo, fatica e pazienza, gli stessi i
fracia-nino-negringredienti che ci vogliono per fare un buon vino.
Nel giro di poco tempo siamo riusciti ad ottenere la DOCG
Valtellina Superiore, che comprende le sottozone Sassella, Grumello, Inferno, Valgella, a cui poi è stata aggiunta una quinta storica, la Maroggia.
Per il riconoscimento della DOCG dello Sforzato di Valtellina il discorso è stato un po’ più complesso, dal momento che lo Sfursat non nasce solo in un vigneto, ma in tutto il territorio. In ogni caso, siamo riusciti nel nostro proposito e da tempo ci stiamo impegnando perché siano riconosciute la qualità e l’immagine dei nostri vini valtellinesi.
Il mio intento è sempre stato quello di partire dalla vigna, riducendo la produzione; abbiamo aumentato il numero di viti per ettaro e stiamo rifacendo anche degli impianti nuovi, con selezione clonale.
In questi anni, oltre al lavoro sulla vigna, ci siamo concentrati anche sul lavoro nella cantina: la vinificazione avviene non più solo con macerazioni lunghe e a bassa temperatura, ma anche con macerazioni più brevi. Inoltre, l’affinamento e il passaggio in legno avvengono non solo nelle grandi botti, come la tradizione e la storia valtellinesi richiedono, ma anche in barrique, ossia in botti in più piccole.
Tutte queste scelte sono state prese per andare incontro alle esigenze dei consumatori, in particolare quelli stranieri, i quali cercano un vino più rotondo, più elegante”.

Sciúr, il vino buono da bere perché anche buono da pensare

L’azienda “Nino Negri” compie 120 anni e questo è già un valore aggiunto. Ci può parlare del progetto Sciúr in grado di valorizzare quei segnali che, sul tema della sostenibilità, iniziano a emergere anche nel settore enologico?

Un vino oggi non è diverso da altri prodotti sostenibili: quando si parla di vino, si include tutto quanto accade partendo dal territorio, passando per la vigna fino alla cantina e al momento del consumo. Il nostro obiettivo consiste nel cercare di andare verso una viticoltura più sostenibile e più pulita, ponendo un’attenzione costante al minimo utilizzo di prodotti chimici e diserbanti, perché vogliamo una viticoltura che rispetti l’ambiente, le persone che ci lavorano e anche il consumatore.
Il vino Sciúr è stato lanciato circa due anni fa al termine di un workshop progettuale condotto in collaborazione con giovani designer, italiani e stranieri, docenti universitari del Politecnico di Milano e della Scuola del Design, ed esperti di marketing e della comunicazione.

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È nato così lo Sciúr, un vino globalmente sostenibile, che rappresenta il risultato di un vero e proprio progetto enologico improntato alla sostenibilità a 360 gradi, dalla gestione del vigneto all’utilizzo dell’acqua, dal packaging al rispetto del territorio. Per la sua produzione vengono impiegati esclusivamente concimi naturali e le percentuali di solfiti vengono nettamente ridotte; anche la proposta di packaging, studiato in formula eco-compatibile, testimonia un’attenzione specifica alle tematiche della sostenibilità ambientale”.

La parola Sciúr non si trova sul vocabolario italiano, ma solo sui dizionari del dialetto lombardo. In Valtellina, come forma di rispetto, veniva così appellato anche Carlo Negri (noto come Sciúr Carluccio) figlio di Nino Negri, storico fondatore nel 1897 dell’omonima Cantina. Ma il richiamo dialettale è casuale, perché Sciúr, in realtà, è un acronimo, nato dal lavoro di ricerca svolto dagli studenti del Politecnico di Milano per intercettare alcune parole chiave identificative del vino da realizzare: Sostenibile, Concreto, Innovativo, Unico e Responsabile.

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Quello di cui sono molto orgoglioso, – continua Casimiro Maule -, è il fatto che, all’interno di questo progetto, è stato coinvolto anche il Polo di Formazione Professionale Valtellina che ha visto l’intervento di giovani muratori, i quali hanno iniziato ad imparare le tecniche e la cultura storica per il mantenimento e la costruzione dei muretti a secco. Il lavoro svolto da questi ragazzi per il ripristino dei muretti a secco che sorreggono i terrazzamenti nelle vigne Nino Negri ha rappresentato un esempio virtuoso di collaborazione tra scuola e impresa che ha giovato a entrambi e di cui ha beneficiato il territorio. Alla scuola riconosciamo un contributo di un euro per ciascuna delle bottiglie di vino Sciúr vendute. Sono fermamente convinto della fondamentale importanza della salvaguardia delle vigne. Dobbiamo preservare il paesaggio, come e più di altre zone, perché la qualità non deve essere soltanto del vino, ma anche di tutto ciò che gli sta attorno”.

Il vino Sciúr, un dialogo tra cultura del fare e cultura del progetto: un “lavoro” di ieri fatto con la testa e le mani di oggi.