L’azienda agricola Cesani produce ed esporta il bianco che per primo ha ottenuto la Doc in Italia

Si chiama Pancole, ed è di sicuro tra i luoghi più affascinanti di tutta la Valdelsa, per quello che si vede e si respira, per la storia che si trascina dietro perfino in quel nome così diffuso nelle campagne di un po’ tutta la Toscana, se è vero – lo diceva il Repetti, mica l’ultimo arrivato – che ne esistono altri sei tra le province di Siena, Grosseto, Arezzo, Firenze e Pistoia.

torri di san gimignano

Pancole, che per qualcuno poteva indicare lependenze delle colline, ma per altri poteva essere il “Panis collis”, il “colle di Pan”, giusto il dio antico dell’abbondanza, nelle messi e, perché no, proprio anche nelle vigne. Luogo misterioso e arcano, dunque, fin dall’antico, e poi attraverso i secoli: da Pancole transitava la via Francigena, l’autostrada del Medioevo che sfiorava San Gimignano (la Manhattan del Trecento) e Certaldo nel suo lungo dipanarsi tra le terre delnord Europa e Roma, la capitale della cristianità. A Pancole fu edificato poi un santuario mariano, intitolato alla Madre della Divina Provvidenza dopo l’apparizione della Madonna, nel 1668, alla povera pastorella Bartolomea Ghini, e il ritrovamento dell’immagine sacra che miracolosamente sarebbe scampata – quella sola, in tutto l’edificio sacro – alle bombe naziste che distrussero il santuario, poi ricostruito con quel caratteristico tunnel che lascia passare la strada verso la campagna.

uva vernaccia

Non c’è da stupirsi, se ci nasce una splendida vernaccia. Se le uve, bianche e rosse, trasmutano in nettari di delizia. Bianchi, ma anche rossi. Certo, la natura e la particolare vocazione del luogo e delle terreda soli non bastano. Ci voleva la mano dell’uomo, ma a San Gimignano non è certo un mistero, se è vero che di vernaccia si parla in giro nel mondo allora conosciuto ormai da quasi mille anni. E su una collina di Pancole, un punto preciso nel mondo della vernaccia nel frattempo ridotta a puro genere commerciale dalla scoperta e dell’abitudine diffusa al profitto da mordi-e-fuggi che ha contagiato negli anni anche il gioiellino San Gimignano, in quel punto preciso la mano e la sapienza dell’uomo sono arrivate giusto a metà del Novecento.

Era finita da poco la guerra, con tutte le sue devastazioni, e si era aperto un nuovo capitolo della storia. Chi aveva intuito e fiuto, poteva costruirci una nuova vita, un rilancio. Fu così per Guido e Annunziata Cesani, coppia di mezzadri marchigiani, con tanta voglia di affrancarsi dal giogo della mezzadria e di crescere da soli, con le proprie gambe. La campagna era spopolata, si poteva fare, si poteva anche comprare a poco prezzo, si poteva puntare sull’autosufficienza coltivando gli ulivi e il seminativo, curando il bosco e allevando il classico bestiame da aia e da stalla.

Il salto con la generazione successiva. E nei tempi giusti, quando a San Gimignano arrivò la Doc, la prima in Italia, proprio per la Vernaccia. Vincenzo, il figlio di Guido e Annunziata, diplomato alla sede staccata dell’Istituto Tecnico Agrario “Ricasoli” di Siena, pensò che era il tempo di specializzarsi, e dal 1970 l’azienda prese la strada della configurazione attuale: vigneti e oliveti. Oggi, sui 30 ettari di proprietà, 25 sono allevati a vigneto con viti che hanno un’età media di circa trent’anni (a tre decenni fa risale infatti l’ultimo reimpianto), i restanti a oliveta, ma c’è anche spazio per il bosco che dà ottimo legname, e c’è spazio per lo zafferano, in fondo senza l’oro rosso, il segno dell’antica ricchezza, a San Gimignano non sarebbe concepibile un’azienda agricola di qualità. Come l’Azienda Vincenzo Cesani, che dal 2009 ha la certificazione di qualità, seguita con impostazione rigorosa, che si riscontra facilmente nell’assaggio dei prodotti, ogni anno 100-120mila bottiglie di vino e 40 quintali di olio, ma non solo: il vinsanto, due grappe, lo zafferano, una decina di prodotti cosmetici.

L’Azienda Agricola Cesani

logo_BMPAzienda abbastanza “rosa”, i Cesani. Azienda di famiglia, anzitutto. Vincenzo tiene ancora il timone della parte agronomica, a braccetto con il responsabile di vigna, Fernando; ma a condurre tutta l’attività lo affiancano le due figlie: Letizia, che si occupa della cantina – a stretto contatto con l’enologo consulente Paolo Caciorgna, un altro figlio di queste terre – ma anche del marketing e degli aspetti commerciali; Maria Luisa cura invece l’accoglienza e l’ospitalità in agriturismo – tre case con 26 posti letto in formula bed & breakfast, niente ristorazione, “il nostro lavoro è fare il vino, il resto lo lasciamo ai professionisti” – e organizza wine tour nelle regioni vinicole della Toscana.

Letizia, tra l’altro, è anche presidente del Consorzio della Denominazione San Gimignano: un incarico che svolge così bene che i suoi associati non si sognano neppure di avvicendarla.

Un team affiatato, competente e agguerrito, per produrre il classico bianco di qua, la Vernaccia, ma anche interessanti vini rossi, quasi tutti a base Sangiovese, altro vitigno principe di queste colline. Sette etichette: la Vernaccia, d’annata, e la riserva Sanice, che coprono il 45 per cento dell’intera produzione. Poi SeraRosa, 6mila bottiglie, Sangiovese 100% rosato ottenuto da macerazione, “niente salassi”, avverte Letizia.

Poi i rossi: il Chianti Colli Senesi, forse altrettanto irrinunciabile per chi fa vino nella zona di San Gimignano, 30-35mila bottiglie; le 6mila bottiglie del Cèllori, che a un 80% di Sangiovese unisce un 20% del Merlot; il Luenzo, Sangiovese e Colorino (un’altra delle impronte chiantigiane per eccellenza), 10mila bottiglie; il Serisè, intrigante esperimento prodotto esclusivamente con uva Ciliegiolo (l’anima toscana che non muore…) in circa 4-5mila bottiglie; l’IGT rosso Rebus, che è invece realizzato con sola uva Merlot, ma praticamente introvabile, visto che ne escono poco più di cento bottiglie.

“Tutte scelte vendemmiali, tutti cru di vigna”, precisa Letizia mentre apre la Schatzkammer, la “camera del tesoro” dove sono custoditi i gioielli di famiglia, protetti da una bella cancellata a vista nell’accogliente sala delle degustazioni e del ricevimento.

Ed è ancora Letizia che spiega la particolare passione per la Vernaccia, “quest’uva medio-tardiva – dice – dalla buccia fragile che chiede cure particolari tra defogliature e cimature, per la quale è determinante azzeccare le previsioni meteo”. Un vino particolare da un’uva “strana, già. Si vendemmia nella seconda metà di settembre, e dà un’acidità medio-bassa. E si vendemmia solo in questa zona”. Dove dieci milioni di anni fa c’era il mare. E il suolo è costituito da sabbie plioceniche, tufo, argille blu, carbonati, calcare. L’habitat ideale per le uve bianche.

alta risoluzione bottiglie cantinaNon è la solita Vernaccia “da battaglia”, acchiappa turisti, questa che Letizia Cesani ci fa assaggiare. E che è destinata a viaggiare nel mondo per il 52% circa della produzione, principalmente negli States, poi in Germania e in Scandinavia, soprattutto in Danimarca e in Svezia; ma stanno arrivando richieste anche da Paesi emergenti come il Brasile, il Messico, la Cina, perfino l’Australia, in genere così fiera dei propri prodotti da replicare in altri mondi la tendenza allo sciovinismo tutta francese. L’altro 48 per cento copre il mercato italiano, che poi vuol dire soprattutto Toscana, direzione i canali HoReCa, niente grande distribuzione; il resto, soprattutto in Lombardia e nel Lazio.

E tanto nel punto vendita di Pancole, la saletta simpatica e accogliente, ricca di dettagli che parlano di una famiglia piena di passione, dove abbiamo incontrato Letizia e dove abbiamo assaggiato due autentiche “chicche”, le riserve Sanice 2012 e poi addirittura la 2008, un vino bianco che, dopo oltre sette anni dalla vendemmia, è ancora in grado di farsi apprezzare per autenticità e carattere, e di esprimere intriganti nuances di nocciola e di mandorla. Una Vernaccia austera, potente, longeva: potenza che nasce appunto dalle caratteristiche dell’area, che è tra le più siccitose di San Gimignano. Risultato: poca acidità, ma grande struttura. Il resto lo fa la tecnica, tutta secondo tradizione, dalla raccolta manuale alla vinificazione classica del bianco, con spremitura in presse pneumatiche, poi le vasche in acciaio. Il legno è per i rossi, barrique di rovere francese, nuove per il Luenzo e il Serisè, vecchie per il Chianti. “Ma l’ingrediente fondamentale – spiega Letizia – è la flessibilità. E il tempo che passa, prezioso anche per il bianco”.

I Cesani hanno voluto mantenerlo a Pancole, il punto vendita: per dire no alla tentazione della bottega in centro, dove il vino sarebbe trattato alla stregua di una borsetta in finta pelle o di un Pinocchio in legno, articoli che si vedono stradondare nelle vetrine. “A Pancole – dice ancora Letizia – si intrattiene un rapporto diretto e immediato con i nostri ospiti, si fanno degustazioni e attività didattiche”. E si vende, a Pancole, a prezzi decisamente non assassini: la Vernaccia d’annata (adesso è in commercio il 2014) va a 7 euro, la Sanice riserva (ora c’è il 2012, annata complessa eppure particolare) a 12 euro; il Vinsanto Oro d’Oro va 15 euro; per i rossi, si parte dai 7 euro del Chianti per passare agli 8 del SeraRosa, ai 10 del Serisè, poi il salto ai 16 euro del Cèllori, fino ai 20 del Luenzo. Ah già: e il Rebus? Sessanta euro. Ma chi lo trova è bravo.

Azienda Agricola Cesani
Indirizzo: Loc. Pancole, 82/D
53037 San Gimignano (Siena)
Telefono: +39 0577 955084
Fax: +39 0577 955084
E-Mail: info@cesani.it
www.cesani.it