Moscato dello Zucco

29 dicembre 2017CusumanoMoscato dello Zucco628Visualizzazioni

Come riportare un tesoro antico e scomparso alla luce, per farne apprezzare tutte le caratteristiche. Si tratta del Moscato dello Zucco, selezionato dalle uve migliori e con una produzione limitata.Moscato_Zucco

Quella che raccontiamo è la storia d’amore di Henry d’Orleans duca d’Aumale (1822-1897), discendente diretto del re di Francia Luigi Filippo, che, costretto all’esilio, approdò in Sicilia nel 1853 dove acquistò dai principi di Partanna lo sterminato latifondo di circa 6.000 ettari del feudo dello Zucco, nei pressi di Terrasini, nel territorio di Partinico. Le potenzialità di questa florida campagna e la storica vocazione vinicola condussero il duca a diverse sperimentazioni alla ricerca di un nettare dolce capace di contenere tutti i profumi e le virtù di quest’angolo di paradiso, un Moscato figlio del calore del sole e della brezza notturna del mare. Ne nacque un prodotto artigianale, unico, che in poco tempo raggiunse le corti e le sale da ballo di mezza Europa, in un momento storico importante, lo stesso che di lì a poco avrebbe dato i natali all’Italia. Come avviene per le opere d’arte antiche, il Moscato dello Zucco, è stato recuperato nel profondo rispetto della tradizione e della tecnica vinicola di allora. Dieci anni di sperimentazione che hanno fatto sì che un vino scomparso potesse ritornare alla luce.
Solo le uve migliori vengono selezionate e raccolte manualmente nei mesi più caldi, trasportate in cantina ad appassire dolcemente riducendosi della metà del loro peso, concentrando profumi, dolcezza e gusto. Una pressatura soffice ed una decantazione di dodici ore precedono la fermentazione in caratelli di rovere fino all’imbottigliamento. È allora che il prodotto si lascia riposare dolcemente per due anni, fino a che non si riveli pronto alla beva.
La produzione resta limitata, solo poco più di 8000 bottiglie numerate. Un vero cammeo siciliano di inestimabile valore.

“La tradizione è un’innovazione ben riuscita” – (O. Wilde)