Alla scoperta dei vini campani bianchi

Il territorio prevalentemente collinare e il clima mite rendono la Campania  adatta alla coltivazione di vitigni di svariati tipi, che producono tantissimi vini, soprattutto vini bianchi.
Il biglietto da visita della Campania vitivinicola, che esalta soprattutto la vocazione enoica dell’Irpinia, del Casertano e della splendida Costiera amalfitana, è rappresentato dalle quattro DOCG – Aglianico del Taburno, Fiano d’Avellino, Greco di Tufo e Taurasi – e dalle sedici DOC: tra queste, Lacryma Christi del Vesuvio, Falanghina del Sannio e Capri.

I più famosi vini campani bianchi

Filari-di-Greco-di-Tufo-campaniaLa Campania è dunque una regione di antichissime tradizioni vitivinicole che, in tempi recenti, ha saputo dare vita a vini di altissimo livello, sia a partire da vitigni a bacca bianca che a bacca rossa. Geograficamente, la coltivazione della vite in Campania è favorita dalla presenza di una superficie per oltre il 50% collinare e per oltre il 30% montuosa.
Tutta da scoprire è l’Irpinia, che presenta caratteristiche assai difformi dalla geomorfologia del resto della regione. Qui sono frequenti le piogge e le temperature sono in media più basse rispetto alle altre zone della Campania. Anche l’aspetto dei vigneti ha qualcosa di diverso, forse perché seguono ancora le antiche tecniche insegnate dagli etruschi, che un tempo popolarono queste aree. In Irpinia vengono prodotte alcune delle etichette più note tra i vini bianchi campani: il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo.
Tra i vini bianchi campani DOCG e DOC molto conosciuto è il Solopaca Bianco, vino dal sapore vellutato e asciutto, con colore giallo simile alla paglia. Caratteristiche sono le zone DOC dal terreno vulcano, come la DOC Campi Flegrei e la DOC Vesuvio, dove si producono ottimi vini bianchi che, per le caratteristiche del terreno, hanno un certo grado di “familiarità” con altre zone vulcaniche italiane, come la DOC Soave in Veneto e la DOC Etna in Sicilia.
Come uve a bacca bianca troviamo anche la Biancolella, la Forastera, la Coda di Volpe, la Falanghina e l’Asprinio in provincia di Caserta.

Il Fiano di Avellino

Da sempre considerato il bianco più importante del Mezzogiorno per le sue caratteristiche ottenute con moderni impianti e soprattutto per il terroir: l’Irpinia è infatti caratterizzata da un terreno argilloso, dove il clima è rigido d’inverno e fresco e ventilato d’estate con notevoli escursioni termiche diurne. Quanto basta per ottenere un bianco elegante.
Il termine Fiano sembra che derivi dal nome di una popolazione Ligure delle Alpi Apuane sopraffatta dai Romani e, migrate, nel secondo secolo a.C. in Campania. In questo esodo sembra abbiano portato con sé la vite Apuana, poi divenuta Apiano, poi Afiano e, infine, Fiano. Il terreno, di origine vulcanica, è molto ricco di sostanze nutritive. Il Fiano è un vitigno capace di dar vita a vini di grande complessità, finezza aromatica e capacità di invecchiamento, come ad esempio il Fiano di Avellino DOCG. Solo negli ultimi anni si è puntato su una coltivazione concentrata soprattutto sulla qualità e quindi si possono prevedere in futuro risultati ancora migliori dal punto di vista della produzione.

Il Greco di Tufo

È il bianco più conosciuto del Sud. La sua vocazione è nel territorio intriso di zolfo intorno a Tufo, in provincia di Avellino. Diventato DOCG dalla vendemmia del 2003, la sua coltivazione è a impianto Guyot doppio, con densità di 5000 piante per ettaro. La fermentazione e l’affinamento si svolgono interamente in vasche di acciaio e il vino viene tenuto ulteriormente a completarsi in bottiglia. Il Greco di Tufo è un vino bianco importante, corposo che, se ben conservato, può migliorare per alcuni anni.

Lacryma Christi del Vesuvio

Sulle pendici del Vesuvio l’uvaggio del Greco di Tufo s’inverte. Assume più importanza la Coda di Volpe che entra per l’80% con un 20% di Greco, nella produzione del celebre Lacryma Christi Bianco, vigoroso, giallo paglierino, adatto ad accompagnare la cucina marinara in genere. Questo vino era già conosciuto ai tempi degli antichi Romani. Le prime testimonianze della coltivazione dell’uva sul Vesuvio risalgono, infatti, al V secolo a.C.

Falanghina

L’origine del vitigno viene fatta risalire alla colonizzazione greca. La falanghina è diffusa un po’ ovunque in Campania, sebbene le zone più vocate si trovino nell’area vulcanica dei Campi Flegrei e nel territorio montuoso del Sannio. Il nome del vitigno sembra risalire a due diverse etimologie. La Falanghina potrebbe essere figlia del Falerno Bianco, antico vino campano già conosciuto al tempo degli antichi Romani e, dunque, il suo nome deriverebbe dalla radice Falerno o Falernina. Altra ipotesi, invece, fa derivare il nome dalla parola falanga, antico sinonimo per indicare i pali utilizzati per sostenere le viti.
Le vinificazioni sempre più accurate hanno fatto del Falanghina un vino di grande personalità, che si fa apprezzare soprattutto per la sua fragranza aromatica. Un valore particolare è riconosciuto alla Falanghina del Sannio DOC delle sottozone di Solopaca, Guardiolo, Taburno e Sant’Agata dei Golfi, dove le uve particolarmente aromatiche e i suoli di origine vulcanica, ricchi di minerali, donano al vino un profilo elegante, con piacevole freschezza e sapidità finale.

©docgirpinia.it
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